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Lipedema Italia Onlus

La Voce di A.

🌸🌸🌸 𝑳𝒂 𝒗𝒐𝒄𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝑳𝒊𝒑𝒑𝒚 🌸🌸🌸
 
𝗔𝗦𝗖𝗢𝗟𝗧𝗔 𝗟𝗔 𝗩𝗢𝗖𝗘 DI A., lippy anonima che si racconta per noi
❤️ Perché il tempo dedicato all’ascolto è tempo di cura ❤️
“Sulla mia gamba sinistra corre un serpente che prima non c’era. Anche sulla destra ha cominciato ad affiorare una biscia prima invisibile. Sulle ginocchia si raccoglie pelle vuota che all’improvviso non ha più dovuto contenere alcuna materia grassa. La cellulite ce l’avevo e ce l’ho. Due interventi non hanno trasformato il brutto anatroccolo in un cigno e pace così.
Del resto, non sono mai stata bella, nè pensavo d diventarlo: il mio aspetto aveva sempre deluso le aspettative altrui e quando, per sorte e per un breve periodo, è diventato sfacciatamente femminile, ormai strideva clamorosamente con il mio carattere.
L’ho trascurato, il corpo, perché desideravo che fosse trascurabile, almeno così credevo.
Speravo di riuscire a sottrarmi alla rapacità degli sguardi, confidavo in una clemenza dell’occhio specchio di anime. Una fiducia ingenua, lo ammetto, visto che tutti indistintamente, consapevoli o meno, alleniamo i nostri occhi a scrutare ogni difetto sulla nostra e sull’altrui pelle per proclamarne l’indiscussa necessità di correggerli.
Qualche giorno fa un’amica mi faceva i complimenti per l’aspetto e io, invece di ringraziare, ho risposto sgarbatamente. Me ne sono dispiaciuta, ma la verità è che faccio fatica ad accettare che mi si dica che sto bene adesso che sembro più magra di prima: mi sembra di fare un torto a quell’altra me, quella grassa, che aveva uguale diritto di questa me d’esser guardata senza essere ‘giudicata’.
Perchè la questione è questa: giudichiamo incessantemente. Giudichiamo i grassi che non rispondono ad una idea tanto sociale quanto feroce di ‘standard’, e trasferiamo il giudizio dall’aspetto alla totalità della persona (sei grassa perchè sei pigra/debole). Ma giudichiamo anche tutti coloro che dichiarano un dolore che noi non riusciamo a vedere. Il lipedema dovrebbe essere un buon maestro in questo: quante di noi soffrono pur essendo assolutamente normopeso e si sono sentite dire in famiglia, dagli amici, dai medici d’essere malate immaginarie? E quante hanno sfiorato la depressione e, invece di trovare accoglienza, hanno dovuto incassare accuse d’ignavia: ma su! non ti manca niente! datti una mossa e smetti di crogiolarti nella malinconia!
Davvero quel che non si vede non esiste? E che si fa con tutto quello che si ostina ad essere visibile nonostante la sua sgradevolezza? E chi decide cosa è sgradevole tanto da non essere guardato se non per essere denigrato?
Quel che mi sembra è che il nostro sguardo, di tutti noi, sia stato definitivamente adulterato. Non vediamo più il mutevole, il cangiante, ciò che non può essere corretto da alcun filtro e che per sua natura è destinato ad essere ineffabile, e questo perché siamo fissi su un’idea lontanissima dalla vita in sé.
E non è detto che quest’idea sia ‘ideale’: qualche settimana fa avrei voluto compare un cappotto e nel negozio ho chiesto la mia solita taglia. La commessa, sbalordita, mi ha detto che indosso chiaramente due taglie in meno di quel che avevo chiesto e m’ha infilato una giacca che mi stava anche bene, ma io non mi riconoscevo, avrei voluto la mia vecchia taglia. Non ho comprato il cappotto e sono uscita dal negozio con un vago senso di malessere. Dopo due interventi, continuo a mettere i miei vecchi vestiti, mi stanno un po’ grandi, ma i miei occhi non riescono a disabituarsi a quell’immagine di me. La mia nutrizionista mi ha detto che potrebbe trattarsi di dismorfofobia e mi ha consigliato di parlare con una psicologa. Ecco, ho pensato, mi piacerebbe potermelo permettere, parlare con qualcuno che possa accogliere la mia confusione e che mi insegni a lenire un altro dolore invisibile, ma devo prendere la nuova trama piatta e pagare le ultime sedute di fisioterapia e i due interventi hanno già ridotto i miei risparmi all’osso e sono stata troppe settimane in cassa integrazione e chissà i prossimi mesi… e così va a finire che mi tengo il mio vecchio sguardo, il mio vago malessere, il mio disagio verso un corpo che vorrei amare così com’è , imperfetto senza che questo voglia dire sbagliato…
Questo gruppo è prezioso: consente a tante di noi di esporsi perché si sentono protette. Maneggiamoci con cura”.